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Doping e dipendenza: binomio amatoriale?
Postata da Dott.Ferella il 13/05/2008 alle 08:17:43
Sono sempre più le citazioni che provengono dal mondo scientifico sul diffondersi di pratiche e abusi in ambito amatoriale legati al doping. Recentemente la Commissione Nazionale per la lotta al doping, ha sottolineato l'emergere di un binomio che rischia ulteriormente di danneggiare chi utilizza sostanze illecite, mettendo a rischio la propria vita e infangando l'immagine del mondo amatoriale che, ricordiamolo,è nella stragrande maggioranza, contrario ed estraneo a tale fenomeno. Nel mondo dello sport amatoriale, doping e tossicodipendenza sono sempre più un binomio indissolubile, soprattutto per molecole quali steroidi e cocaina, oppure ormoni della crescita e sonniferi o antidepressivi, per contrastare gli effetti collaterali degli steroidi. Secondo ricercatori dell'Istituto Superiore di Sanità e della Commissione Nazionale per la Lotta al Doping, ormai è un problema rilevante di sanità pubblica. "Se nel mondo dello sport professionistico i ricercatori fanno sempre più fatica a rincorrere nuove sostanze e metodi – dicono gli esperti - nel settore amatoriale troviamo di tutto: epo, ormoni steroidei. Ma il fenomeno che più ci allarma è il binomio doping-tossicodipendenza. Sia perché certe sostanze usate per aumentare le proprie performance danno dipendenza fisica e psichica, sia perché il loro consumo si accompagna sempre più di frequente con droghe vere e proprie". Il policonsumo è, infatti, indotto dal desiderio di ridurre gli effetti collaterali delle sostanze dopanti come gli steroidi che possono comportare disfunzione erettile, insonnia e depressione. "Un pericolosissimo fai da te che spesso usa Internet per approvvigionarsi di sostanze vietate. Con il rischio di incorrere in farmaci e confezioni contraffatte". In una sorta di paradossale controsenso, insomma, si fa sport per stare meglio ma, proprio per ottenere i risultati sperati, si assumono sostanze che fanno male. "E che producono danni non solo al sistema endocrino, ma anche all'apparato cardiovascolare". E' chiaro come nessuno oggi sia in grado di quantificare in modo esatto l'entità del fenomeno. Sicuramente dare stime orientate verso l'alto o verso il basso, rischia di ingigantire o sminuire un fenomeno che va affrontato con la massima chiarezza ed informazione scientifica. Non solo. Il fenomeno è anche e soprattutto di origine culturale; non possiamo immaginare uno sportivo slegato da ciò che gli accade, vede, sente e percepisce. Quali aspettative ha ognuno da se stesso? Cosa chiede al proprio fisico? Fino a dove è in grado di voler arrivare pur di raggiungere un obiettivo? Rivolgersi a dei praticanti, a degli amatori, significa rivolgersi a donne ed uomini che vivono lo sport non come qualcosa di dissociato dal resto della propria vita, ma come qualcosa di integrato e complementare al proprio essere. Udace è un'organizzazione che si occupa di promuovere e diffondere i valori e i benefici che lo sport, ed il ciclismo in particolare, apportano all'individuo. Per ottenere un benessere fisico e psicologico da parte del praticante, è necessario, come tutti sanno, programmare un giusto allenamento, alimentarsi correttamente, porsi degli obiettivi ragionevoli; insomma seguire un percorso senza il quale è difficile raggiungere la piena forma. Come da alcuni anni andiamo dicendo e scrivendo anche su questo giornale, il lavoro che uno sportivo amatoriale deve compiere è molto spesso impegnativo, vuoi per il poco tempo da dedicare all'allenamento, vuoi anche per la cattiva informazione che molti continuano a dimostrare quando si parla di salute e prevenzione. Così fa impressione assistere ad una lenta ma inesorabile tendenza, che a partire da richieste spesso “fantasiose” e prive di dimostrazioni scientifiche, accendono nello sportivo amatoriale l'infondata speranza che l'integratore che utilizza o il prossimo che vuole provare, diventino il sicuro rimedio per migliorare le proprie performance atletiche. Una china scivolosa insomma. Credo che uno dei punti fondamentali da cui partire per prevenire la triste piaga del doping sia proprio qui. Aspettative, credenze, “tanto è naturale, male non fa...” Il retroterra culturale da cui si parte ( e non c'entra il titolo di studio) è comune a tutti. Certo, scoprire dai dati sulle analisi di alcuni integratori spacciati per naturali, la presenza di principi attivi non dichiarati in etichetta, non aiuta ad affrontare il problema in modo mirato, ma tant'è... Oggi, nel mondo, tutti coloro che si occupano di combattere in modo efficace il doping ( Commissioni, Agenzie, Federazioni sportive), lo fanno su due fronti: da una parte quello repressivo fatto di regolamenti, controlli, squalifiche, sanzioni eventuali, dall'altra attraverso l'educazione alla salute e la promozione di campagne di informazione mirata. Questa seconda strategia che, a prima vista, sembra essere più dispendiosa, viene vista da alcuni come “la solita solfa di chi vuole impartire lezioni dall'alto, magari senza conoscere il mondo del ciclismo.” Cito apposta quest'ultima frase, poiché a volte, ci è capitato di doverci confrontare con tali convinzioni che sono molto più radicate di quello che si possa pensare. Cosa voglio dire ? Che anche se a prima vista le campagne di prevenzione del doping ed educazione alla salute possono sembrare più difficili e “inutili”, in realtà si sono dimostrate le strategie che alla lunga sono risultate essere le più vincenti. Il problema semmai è di come viene attuata e sostenuta la comunicazione. Non sto qui a dilungarmi su questo aspetto, ma in un mondo come quello attuale, cioè dove veniamo bombardati continuamente da informazioni, facciamo fatica a trasmettere messaggi in modo efficace . Di ciò ne siamo consapevoli. Ma questo non deve diventare in alcun modo il pretesto per non impegnarsi a combattere coerentemente tale piaga. Un'organizzazione come la nostra è fatta da dirigenti nazionali e locali che hanno il compito di promuovere in tutti i suoi aspetti il ciclismo, ma anche e soprattutto dalle migliaia di iscritti che ogni giorno solcano in lungo e in largo la nostra penisola. La salute è un bene primario. Facciamo che tale rimanga e non venga gettato percorrendo scorciatoie improbabili e dannose. Vigiliamo allora tutti insieme ed impegniamoci perché questo meraviglioso sport continui ad essere tale e non un suo surrogato utile solo per “spettacolizzare” gesta atletiche sospette e lontane dalla normale fisiologia umana, cioè dai limiti che la natura ci ha voluto dare. dr. Andrea Ferella a.ferella@udace.it
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