| Per chi da anni è impegnato nella lotta al doping notizie come quella uscita alcuni mesi fa su una nota rivista francese, darà molte occasioni di riflessioni. Crediamo ancora una volta che avere sempre davanti cosa significhi fare sport e prevenire con esso le malattie, sia il mezzo più importante per intraprendere qualsiasi iniziativa culturale in tal senso. Ognuno deve fare il proprio dovere etico per sé e per salvaguardare il benessere di tutti gli altri, soprattutto se dirigente, tecnico o atleta di una squadra di ciclismo.
La rivista francese “Sciences et Avenir” in un articolo pubblicato nel numero di agosto ha denunciato come atleti costruiti in laboratorio saranno già pronti in pista per le Olimpiadi di Pechino del 2008.
In pratica in laboratorio si potranno sviluppare muscoli con fibre lente per la maratona o con fibre veloci per lo sprint. Ma già adesso con il doping chimico, sostiene la rivista, l'impunità è quasi totale e gli atleti migliori sono quelli che hanno a disposizione i migliori chimici. Con la svolta genetica, i rischi di risultare positivi non esisteranno più. Il muscolo “trattato” in laboratorio sarà più potente e non rischierà più infortuni come strappi o stiramenti, grazie a veri e propri “bendaggi genetici”. Iniettare fattori di crescita è già possibile sull'uomo, mentre la tecnica del trasferimento di geni per ottenere cellule “riparatrici” di muscoli o tendini è consolidata da anni. Secondo la rivista, nei prossimi cinque anni sarà possibile sperimentarla sull'uomo a fini terapeutici. Tutto ciò con una semplicità inimmaginabile; “potrei realizzare tutto questo nella mia cucina” assicura Olivier Danos, direttore scientifico del Centro di ricerca Genethon di Evry, alle porte di Parigi. L'effetto delle cosiddette “cellule riparatrici” iniettate nel muscolo è straordinario. Il massimo effetto “dopante” prodotto sugli animali è stato osservato su alcuni topi, che nell'ambiente della genetica sono diventati famosi come “topi Schwarzenegger”. Per Charles Yesalis, epidemiologo all'Università di Pennsylvania, “i primi sportivi che avranno fatto ricorso alla genetica saranno in pista alle Olimpiadi del 2008. Attualmente i vincitori sono coloro che dispongono dei migliori chimici. Nel futuro saranno quelli che che avranno i migliori genetisti”. Ma anche l'attuale doping chimico è talmente diffuso che “Sciences et Avenir” può fornire l'elenco dei dopanti non ricercati dalle analisi, controllo e gestione dei tempi di individuazione del prodotto nel sangue o nelle urine, prodotti “coprenti”. Recenti analisi, secondo la rivista, hanno mostrato per la prima volta che parecchi sportivi utilizzano prodotti che non corrispondono ad alcun farmaco dopante conosciuto: si tratta di medicine sperimentali, e gli atleti sono delle semplici cavie che si prestano al pericoloso gioco pur di migliorare le prestazioni. Per la rivista francese, invece delle analisi biologiche, fin troppo facili da beffare, servirebbe confrontare le curve delle performances di ogni atleta nel tempo e l'analisi dei ritmi cardiaci. A titolo di esempio lampante di doping generalizzato, la rivista nota che nel 1989 furono 7 i corridori che scalarono al Tour de France, la vetta dell'Alpe d'Huez in meno di 45 minuti: nel 1997 erano diventati 60. Per realizzare alcuni dei loro exploit nelle tappe di montagna, questi corridori hanno bisogno di sviluppare una potenza che consentirebbe di sollevare un sacco di 50 chili per un metro di altezza, 1380 volte di seguito, alla cadenza di una volta al secondo.
Ho già espresso in altre occasioni la mia opinione rispetto ai miti e agli eroi che vengono creati più o meno consapevolmente, disinteressandosi totalmente di quello che che ci sta dietro per raggiungere, ottenere e mantenere tali performances nel tempo.
Se solo ci fermassimo un attimo e riflettessimo su quanto poco “fisiologici” e naturali sono i tempi espressi in talune gare o tappe, allora riusciremo a tornare da dove eravamo partiti: dal vero significato della parola sport.
Sport è innanzitutto una modalità per raggiungere un benessere ed un equilibrio psico-fisico.
L'esasperazione della competizione porta ben oltre a quello che questa modalità, che ricordiamolo, a molto a che fare con il gioco, dovrebbe significare.
Logiche del “costi quel che costi” per raggiungere un risultato sportivo, si pagano molto caramente.
L'insistere con il non volere vedere certe cose, perchè lo spettacolo comunque deve continuare, perchè ci sono gli sponsor, o per qualsivoglia altro motivo, rischia di vanificare ogni sforzo finalizzato alla promozione e alla diffusione della pratica sportiva.
Sappia dunque il mondo del ciclismo, in tutte le sue componenti, uscire da talune ambiguità che rischiano, come sempre, di vanificare l'onesto e costante lavoro di molti, per lasciare spazio alla “furbizia” e all'arroganza di pochi.
dr. Andrea Ferella
a.ferella@udace.it |